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San Valentino, la festa degli innamorati. Non solo dal punto di vista degli affetti tra esseri umani, ma anche dell’amore verso qualcosa. Al di là dell’amore per il nostro partner, tutti abbiamo delle passioni per le quali perdiamo la testa. Tutti siamo “innamorati” di qualcosa. Io, ad esempio, amo le competizioni e lo sport. Il colpo di fulmine avvenne alla fine degli anni Ottanta. All’epoca, dire che facevo “zapping” era un azzardo, perché forse a casa non avevamo la tv col telecomando, non ricordo bene. Ricordo il vecchio Nordmende con i tasti da cliccare dietro una porticina, ben nascosti.

Ma ricordo anche – nitida – un’immagine. Una ripresa dall’elicottero con la punta di una gru bianca a coprire parte della pista e una macchina bianca che sfreccia. Danza curva dopo curva, metodica, ipnotica. Lo fa tra le parole estasiate dei commentatori televisivi. Mi fermo e la guardo. Distanzia improbabili avversari, quasi umiliandoli, ma non per il piacere sadico di umiliare, ma per dimostrare semplicemente di essere il migliore.

Vince, quella macchina dalla quale risalta un casco giallo. Lo indossa un ragazzo dai capelli elegantemente impazziti e dallo sguardo malinconico. Vince. E vince contro tutto e tutti. Contro una Federazione automobilistica che farebbe di tutto per penalizzarlo e contro avversari che sputano ettolitri di veleno. Arrivano anche a contestargli la sua visione della religione, follia. Vince compiendo imprese impossibili, degne di Maradona nel calcio e Pantani nel ciclismo. E anche quando chi si oppone è troppo più forte, lui tira fuori dal cilindro corse inimmaginabili, al punto che un suo terzo o quarto posto assume più valore, e offusca, il primo di un rivale.

Ecco, io mi sono innamorato di questo. Della volontà di andare oltre, sempre. Del bene che trionfa al cospetto del male (o presunto tale). Della riservatezza umile di un uomo che da alieno in macchina si trasformava in vulnerabile umano nella vita di tutti i giorni. Mi sono innamorato del mito sportivo di Ayrton Senna.

Domenico Carella