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L’episodio più divertente della stagione 1976-1977 è legato sicuramente al ritiro di Pavullo nel Frignano. Il protagonista, del tutto involontario, fu il giornalista bolognese Piero Pasini, storico volto di “Novantesimo minuto” e de “La domenica sportiva”; unico giornalista presente durante l’attacco Palestinese al villaggio olimpico di Monaco di Baviera ed indimenticato cantore delle gesta del Bologna per “Tutto il calcio minuto per minuto”, trasmissione durante la quale nel 1981 morì commentando un Bologna – Fiorentina. Rabbaglietti racconta l’arrivo del cronista al campo: «La presenza del Foggia in Emilia, a due passi dal centro abitato di Modena, indusse un’importante testata ad assegnare a Pasini il resoconto del ritiro rossonero con una lunga ed articolata intervista a Puricelli. Quando il giornalista arrivò al campo rimase a bocca aperta. I calciatori si allenavano senza scarpe. Si trovò di fronte ventidue calciatori in calze verdi (quelle militari per intenderci, spesse per evitare di avere fastidiose vesciche) che correvano dietro ad un pallone».

Il “vecchio” (Puricelli nda) era un grande estimatori dei calciatori brasiliani, tutta tecnica e numeri di alta classe. Preferiva un calciatore dai piedi buoni rispetto ad uno maggiormente dedito alla corsa. Conosceva l’abitudine di allenarsi in spiaggia dei fantasiosi calciatori sudamericani e provò ad emularne le gesta, integrando i suoi allenamenti con qualche partitella senza scarpe. O forse, più semplicemente, non erano ancora arrivate le scarpe per i calciatori. «La domanda nacque spontanea nel corso dell’intervista: “Puricelli, come mai la squadra si allena senza scarpini?” La risposta di Ettore non si fece attendere. Goliardica come sempre: “E’ tutta una tattica caro mio. Correndo a piedi nudi sull’erba si rinforzano i muscoli plantari. Ci alleniamo così per avere i piedi di ferro!”».

A Piero Pasini è legato anche un altro aneddoto molto particolare. Il giornalista era a Pavullo ai bordi del campo in compagnia del capitano Gianni Pirazzini. Si trattava di una normale intervista, un primo bilancio del ritiro agli ordini di Puricelli. Mentre la penna correva veloce sul taccuino ecco giungere il dirigente accompagnatore Izzi: «Si posizionò al nostro fianco ed io, interrompendo l’intervista, lo presentai a Pasini – racconta il capitano Gianni Pirazzini -. “Dottor Pasini le presento il commendator Izzi”. Piero non capì al volo il nome e palesò la sua incertezza: “come ha detto?”. A quel punto partì in quarta il dirigente: “Izzi, Izzi. Imola, Zara, Zara, Imola. Izzi, caro il mio vecchio televisore”. Non trovò un modo migliore per definire il giornalista televisivo».

In quel periodo una squadra di serie A aveva le attenzioni dei maggiori quotidiani nazionali. Numerosi corrispondenti facevano irruzione in ritiro per comporre le proprie relazioni. «A Pavullo avevamo a disposizione un campo di calcio regolamentare per gli allenamenti – ricorda Rabbaglietti – ma per la corsa e le ripetute ci spostavamo sovente verso Zocca, un centro a qualche chilometro di distanza. Il comune del centro emiliano ci fornì con grande generosità un furgoncino con il quale ci spostavamo verso i boschi». La mattina salivano tutti diligentemente sul mezzo, sotto gli occhi indagatori della stampa presente in ritiro. L’obiettivo era allenarsi con faticose corse su e giù per i pendii dei boschi. Dopo pochi minuti di viaggio arrivavamo nei pressi di una grande struttura dedicata a pazienti con problemi di salute mentale. Puricelli faceva fermare il gruppo in quel luogo. Altro che allenamenti. Passavamo due o tre ora a divertirci giocando a biliardino con i degenti della struttura, con tanto di pic-nic sull’erba con panini al prosciutto. Niente di vietato, nessuna bricconata del gruppo. Tutto avveniva sotto la direzione del tecnico.

«Birra, panini con salame e prosciutto e risate – ricorda il capitano Pirazzini -. Ma non fu l’unico episodio di complicità tra Puricelli e noi calciatori. Quando andammo in ritiro a Bojano, con la stessa scusa degli allenamenti e dell’ossigenazione, il vecchio ci portava presso un fiumiciattolo a pescare le trote». Il “Puri” fumava la sua sigaretta mentre sorseggiava un bicchiere di buon vino, divertendosi a guardare i suoi ragazzi felici gettare l’amo da un piccolo pontile. Dopo qualche ora il gruppo rassettava tutto e tornava indietro verso la sede del ritiro. Appena arrivati all’albergo Puricelli era il primo a balzar fuori dal pulmino. La faccia tosta e il sorriso da affabulatore. Rabbaglietti ricorda le sue parole: «Con aria severa si avvicinò ai giornalisti mentre gesticolava e sbraitava gonfiando il petto: “Gli ho fatto un “culo” così, venti chilometri di corsa su e giù per le montagne. Sono stremati”. Noi nel frattempo tornavamo nelle nostre stanze con un sorriso mal celato sul volto». Meglio defilarsi e non esplodere in una risata davanti ai cronisti.

Il tutto durò per una settimana, la prima del ritiro emiliano, che si segnalò per il freddo quasi invernale e la pioggia continua. La situazione cambiò con il migliorare della situazione meteorologica: «Al mattino era prevista corsa per un totale di 6 km – ricorda il tecnico Balestri -. Io corricchiavo con i calciatori, Puricelli ci seguiva sul pulmino. Uno alla volta i ragazzi cominciavano a salire sul mezzo quando si sentivano stanchi. Lui amava comportarsi così con i calciatori, farseli amici». La complicità tra il tecnico e i suoi ragazzi era alla base di tutto. Ogni occasione era buona per fare gruppo. Le regole c’erano ma non erano ferree. Era molto meglio creare nel calciatore il dovere morale di non cadere negli eccessi piuttosto che imporre regole alle quali si sarebbe trovata comunque una scappatoia. La dimostrazione empirica di quanto detto nelle precedenti righe arrivò al termine di un allenamento a Pavullo.

«“Ragassi io vi lascio tanta libertà ma non approfittatene. Vi chiedo solo di far risultato la domenica, so che siete bravi e ce la farete”. Come dimenticare questa frase – dice Antonio Bordon, attaccante e stella di quel Foggia -. Ogni mattina ci alzavamo, lasciavamo il convento di frati presso il quale alloggiavamo e ci recavamo al campo per sostenere gli allenamenti. Alle 11.30, al termine della seduta, io ed alcuni miei compagni andavamo in paese, in una trattoria di Pavullo, gestita da un certo “Scatolone”. Il soprannome glielo misi io perché era un omaccione di due metri molto robusto. Entravamo nel suo locale e lo attraversavamo completamente fino ad arrivare alla cucina sul retro. “Scatolone cucinaci il solito”, gli dicevamo. La nostra pietanza preferita erano i funghi porcini arrostiti. Buonissimi. Mangiavamo funghi e bevevamo bicchieri colmi di ottimo lambrusco. Al termine del nostro banchetto segreto, tornavamo in sede per il pranzo con il resto della squadra. Naturalmente non avevamo fame, l’avevamo ampiamente placata da Scatolone.

La nostra inappetenza insospettì non poco Puricelli. Provammo a raggirarlo quando ci chiese il motivo dei piatti lasciati pieni. Gli rispondemmo che la fame era poca perché ci allenavamo troppo». Una bufala di dimensioni colossali per darla a bere al “vecchio” in questo modo. Puricelli ci mise poco a intuire che si trattava di una bugia: «Un giorno – continua Bordon -, mentre eravamo intenti a gustare i funghi nel retro della trattoria, fece irruzione il tecnico. Sguardo severo, mani sui fianchi e voce grattata: “Braaavi, bravi, che bella figura mi fate fare! Potevate dirmelo che venivate qui”. Poi, sul più bello, la rabbia si sciolse in un: “Dai, fate mangiare anche me”. Puricelli si mise a tavola con noi e prese un piatto di funghi con un bicchiere di lambrusco. Ci stupì non poco questo comportamento, perché quando lo vedemmo sulla porta eravamo già pronti alla sfuriata. Invece non solo diventò nostro complice ma aggiunse: “Se viene il piccolo (Balestri, molto più attento all’alimentazione dei calciatori nda) mandatelo via”, disse a “scatolone”. Poi guardò noi e ridendo esclamò: “Domani lo rifacciamo!”».

Di esempi come questo potrebbero farsene a migliaia. Uno lo ricorda il portiere Maurizio Memo. Era tardo pomeriggio, alcuni calciatori si recarono in un bar per consumare una bevanda fresca e qualcuno prese anche uno spritz, un aperitivo alcolico. «Mentre tutti parlavano da lontano vedemmo arrivare Puricelli. I calciatori tentarono di nascondere il bicchiere sotto il tavolo ma il “vecchio” li colse in castagna. Li guardò negli occhi per un attimo e disse: “Ragassi, posso bere un goccetto con voi?”. Tutti eravamo ben consci di non dover eccedere ma sapevamo anche di poter dividere un buon bicchiere di vino con il nostro tecnico».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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