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Cazzo, sono passati venticinque anni. Scusate se inizio in questo modo questa mia riflessione, ma non me ne viene un altro in mente. E sono sincero nel trascriverla perché è quello che ho pensato quando ho messo a fuoco l’idea. Sono passati venticinque anni dalla morte di Ayrton Senna. Mi sento vecchio. Eppure, era ieri.. Cioè, sembra ieri… Sì, maledizione, mi sento vecchio. Frullano come un uragano i pensieri, stranamente posizionati tra lo stomaco e l’esofago. Forse sono più emozioni che pensieri.

Ricordo quando da ragazzo non riuscivo ad appassionarmi al mito di Gilles Villeneuve per non averlo mai visto. E penso. Penso che i trentenni di oggi, putroppo, non sanno chi sia Ayrton. Eccoli, con gli sguardi sbigottiti, alla stregua del mio quando mi nominavano Gilles. Sbagliavo nel non credere alla romantica bellezza del pilota canadese. Ma non potevo saperlo. Ecco perché è importante studiare. Ecco perché non bisogna smettere di raccontare le fiabe, quelle belle. Serve a non disperdere un patrimonio di storia e a rendere immortale qualcuno.

Perdonatemi se dal basso dei miei 36 anni mi ergo a “nonno”, ma oggi non posso farne a meno. Devo adempiere al mio compito. Anche io devo raccontare la mia fiaba. Vi evito la noia (anche se di noia c’è ben poco, davvero, credetemi) del racconto prettamente storico. Anche perché, se volete, di Ayrton Senna c’è tutto il materiale possibile per rivivere la sua storia. Quella che hanno visto tutti, che hanno ripreso, che trovate postata su youtube o in tv. Bene, a me non frega niente di questo aspetto. Oggi voglio raccontarvi qualcosa di più importante. I brividi intrisi di umanità e malinconia che ho e abbiamo provato.

Perché Ayrton è stato un mito? Bè, il mito l’ha creato con i risultati sportivi. Tre campionati del mondo, cinque vittorie a Monaco con il giro da 1’23’’998 nel Principato a dare quasi un secondo e mezzo al primo degli inseguitori, Prost, con la sua stessa macchina. Due secondi a Berger e Alboreto con le Ferrari. Ma questo è “solo” il mito. E sai quanti ne hanno creato uno nello sport? Senna però ha fatto di più, perché agli occhi della gente comune, dei milioni di ragazzi brasiliani e dei miliardi di appassionati in tutto il mondo, lui era una sorta di super eroe. Ecco. Il buono, giusto e impavido, lanciato contro i cattivi.

I cattivi erano quelli della Williams, forti di una macchina senza il minimo difetto, con elettronica spaventosa e un motore rombante. Lui nel 1993 guidava una Mclaren quasi a pedali. Motore Cosworth, sottomarca della Ford, e sospensioni tutt’altro che elettroniche come quelle degli inglesi rivali. Il compagno di squadra Michael Andretti (figlio di Mario) si qualificava al massimo a metà schieramento di partenza dopo le prove. Lui lottava per la pole. Dico, per la pole. Sapevi che non poteva vincere, eppure credevi comunque che potesse farlo. E talvolta ci riusciva. E quando non ci riusciva ti lasciava dentro quella soddisfazione di tifare per qualcuno che ti regalava qualcosa di più della gioia di una vittoria. Lottava. Non si arrendeva all’evidenza di una macchina mille volte inferiore.

Ecco, lui ha conosciuto le due faccee della medaglia. Il vincente (e lo è stato per quattro anni vincente…), e quella del perdente o presunto tale. Del secondo che diventa, però, più importante del primo classificato, fino a togliergli spazio. Visibilità, copertina.

Ricordo Interlagos 1991, quando vinse guidando gli ultimi giri solo con la sesta marcia. Dico, solo con la sesta. Le urla al traguardo, gli spasmi muscolari e il braccio che non riesce ad alzare la coppa sul podio per la fatica. Voleva regalare una vittoria alla sua gente e avrebbe fatto di tutto per farlo.

Ricordo SPA 1992, quando scese dalla McLaren correndo tra le macchine che sfrecciavano in pista per salvare la vita a un collega, Eric Comas, che aveva sbattuto sulle barriere della curva Blancimont perdendo momentaneamente i sensi ma con il piede pigiato sull’acceleratore, con il motore che continuava a pompare benzina aumentando il rischio incendio. Un mix di coraggiosa umanità che traspariva anche quando qualche collega subiva un incidente. Lui abbandonava tutto e andava sul posto per capire, quasi a voler fare qualcosa, pur non sapendo bene cosa. Anche solamente per vicinanza.

Ricordo Silverstone 1993. Parte meglio di Prost, lo supera e il francese tenta di sorpassarlo per tre giri. Io con gli occhioni sgranati da undicenne, vedevo Prost affiancarlo e passarlo fino a scomparire dall’inquadratura del camera-car. Mi dispiacevo qualche istante, ma alla frenata in fondo al rettilineo sbucava sempre davanti. Dal niente. Di nuovo lì, avanti a tutti. Che gioia. Una volta, due, tre, quattro. Alla quinta purtroppo cedette, ma cazzo, ricordo la soddisfazione di aver visto il mio sportivo preferito regalarmi emozioni. Vincesse pure la gara Prost, pensavo, Senna ha già mostrato di essere il migliore. E chi vince, spesso, non è il migliore. Emozioni che ti soddisfacevano più di una vittoria.

Ricordo Donigton 1993. Parte quarto, sotto il diluvio (avevo fatto la danza della pioggia per auspicare una vittoria, lo confesso). Alla prima curva è quinto. Penso: qui non basta neanche lui… ciao vittoria. Tempo tre curve ed è primo. Mi mancava l’aria, la pelle d’oca mi dava brividi sparsi. Ricordo quel giro metro per metro. Sembra quasi uscire di pista per saltare Wendlinger, finta su Damon Hill per sorpassarlo in staccata e curva strettissima su Prost. I tre rivali lo avrebbero rivisto a fine gara, sul podio. Sapevi che doveva perdere, sapevi che poteva vincere. Tanto bastava.

Ricordo quel primo maggio 1994. Ognuno di noi ultra trentenni saprebbe dire dov’era quel giorno, cosa vestiva, cosa faceva, cosa pensava. Io ero davanti alla televisione. Ma dentro di me capii subito che dovevo evitare di restare lì. Mi alzai e andai a piangere in camera mia. Pochi secondi dopo l’incidente. Non sapevo di aver capito, ma avevo capito…

Oggi, venticinque anni dopo, mi sento incapace di poter descrivere con le parole (io che di parole ci vivo) l’emozione che provavamo noi amanti dello sport. Dovete fidarvi, chiudere gli occhi e immaginare la battaglia sportiva tra il bene e il male. Mettete un eroe dai capelli ribelli, indomabili, con lo sguardo buono e il sorriso malinconico. Guardatelo combattere le ingiustizie sportive, guardatelo cercare di sovvertire la logica con cose fuori dalla logica. E cercate di capire perché noi ultra-trentenni, ancora oggi, venticinque anni dopo, siamo ancora sempre più innamorati di Ayrton. Si, cazzo, venticinque fottutissimi anni dopo.

Domenico Carella