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La vita in ritiro scorreva spesso più lenta che nel resto del mondo. Le ore passavano con difficoltà e lo stare insieme era l’unico svago possibile per il gruppo. Ci si allenava, si scherzava, si mangiava e si vedeva la televisione tutti insieme, spesso seduti come al cinema nelle grandi hall degli alberghi.

Giunta una certa ora scattava il coprifuoco: «Ogni sera alle 22.30 nessuno poteva farsi vedere sveglio – ricorda Rabbaglietti -. Tutti i calciatori dovevano essere nei rispettivi letti per il temuto “giro delle camere”. Il tecnico Puricelli, io ed il medico sociale giravamo stanza per stanza per verificare che tutti i ragazzi fossero sotto le coperte pronti per la notte».

Una ronda alla quale anche il permissivo Puricelli non si sottraeva, ma come spesso accade, snobbata dai calciatori: «Lo ricordo dietro la porta della nostra stanza – sorride Colla -, faceva su e giù per il corridoio canticchiando più volte un ironico “voi mi volete fregare…”. Noi, nel chiuso della nostra stanza, giocavamo tranquillamente a carte».

Concluso il giro di perlustrazione lo staff non andava subito a dormire, c’era da vivere ancora la parte più succulenta della giornata: la chiacchierata con il tecnico. «Mentre approntavo il mio letto – dice Lino -, intorno alle 23.00 sentivo bussare qualcuno alla mia porta. Ogni giorno con metodica puntualità si udiva la frase: “Vieni bimbo, anamo a bronzarce” (vieni bimbo andiamo ad ubriacarci).

Era Puricelli appostato dietro l’uscio». Lo staff medico, che non aveva alcun limite di orario, rimaneva fuori per buona parte della notte in compagnia del tecnico che, davanti ad un buon bicchiere di vino, dominava la scena anche a tavola. «Al termine di ogni bevuta faceva segnare tutte le spese sul conto del Foggia – continua Lino -, il giorno dopo chiamava il presidente Fesce e diceva: “Metti, metti…metti extra sul conto spese”, mentre si produceva in una sonora risata».

Alle tre e mezza di notte, stanchi per l’ora tarda e confusi da un bicchiere di rosso in più, i membri dello staff tecnico tornavano nelle loro stanze per godersi alcune ore di riposo. La stanza di Nevio Scala era la prima venendo dal piano inferiore. Questa vicinanza alle scale diede vita ad un curioso siparietto. Nel cuore della notte Puricelli per due volte sbagliò stanza. «Entrò in quella del mediano e si sedette al letto – sorride Paolo De Giovanni -, Nevio si svegliò di soprassalto. Era uno spavento reciproco. Mentre uno non capiva chi potesse essere l’intruso, l’altro sobbalzava nel vedere qualcuno nel suo letto. Il giorno dopo Scala si lamentava a gran voce con noi per essere stato svegliato alle quattro del mattino».

Il rapporto di amore ed odio per eccellenza Puricelli l’aveva con il dirigente Armando Russo. Erano due personalità molto forti e contrapposte, ma che per il bene del Foggia riuscivano ad andare d’accordo. Don Armando aveva da poco costruito un albergo a tre chilometri dal centro abitato, in una piazzola sulla vecchia strada che porta a Napoli. I rossoneri spesso e volentieri albergavano lì.

Un normalissimo giorno di ritiro, però, l’ala destra Angelo Domenghini, il tecnico in seconda Vittorio Nocera e Puricelli decisero di andare a caccia. «Evasero dal ritiro in piena notte – ricorda Rabbaglietti -. Giunsero nei pressi di Rignano. Nei fitti boschi del meraviglioso Gargano, noncuranti dell’ora e del freddo, si inerpicarono alla ricerca delle alate prede». Intanto nell’albergo risultò subito evidente l’assenza del calciatore. Si scatenò in un batter d’occhio un putiferio.

All’epoca non si poteva usare il cellulare (non esisteva) e la loro assenza, unita ad un preoccupante silenzio, aveva messo in allarme tutti. Passavano le ore e non giungevano ancora notizie: i due si erano persi tra le montagne del Gargano. «Dopo molte peripezie riuscirono a trovare la strada e fecero rientro in albergo vestiti da cacciatori e con i fucili sulla spalla. Un dirigente sbottò: “Ma dove siete stati? Avete perso l’allenamento”. “Non preoccupatevi – fecero i due – domenica andremo a caccia di avversari, vinciamo”. Naturalmente la domenica successiva il Foggia rimediò una sconfitta».

Il secondo episodio sulla caccia, invece, riguarda in prima persona Ettorazzo. Come anticipato nel cappello di questo paragrafo, Puricelli non aveva una casa a Foggia. Alloggiava in albergo, ad un tiro di schioppo dal centro abitato. Una mattina (che all’apparenza sembrava come tante altre) il sole si alzava lento nel cielo mentre gli ospiti della struttura venivano svegliati dal tipico verso della civetta. Quando la bestiola riuscì a svegliare anche il “vecchio” si scatenò il putiferio nell’hotel. La civetta era (ed è) un animale notoriamente accostato alla sfortuna. Per uno scaramantico come Puricelli era una iattura averla come ospite alla finestra della sua stanza.

«Lo vedemmo saettare giù per le scale con il fucile da caccia in mano, come raccontano Russo e Rabbaglietti: «“La devo amassare, porta sfortuna e perdiamo partita”, urlava Ettore. Ancora straniti ed assonnati, lo lasciammo naso all’insù alla ricerca del “nemico”, che si celava tra le foglie di un grosso albero adiacente la struttura». Cosa non si fa per la scaramanzia. Capitava di saltare anche l’allenamento del martedì per seguire quella passione per la caccia. Puricelli entrava nello spogliatoio, mandava in campo la squadra, poi faceva cenno con le dita a formare una pistola: “Pirassini e Nocera con me…”. Si andava a quaglie!

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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