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Lo scherzo è l’elemento che misura come un termometro la solidità di un gruppo. Quanti più scherzi si fanno, tanto più il morale è alto e gli uomini legati tra di loro. «Posso affermare senza dubbio che la squadra di cui stiamo parlando è stata la più divertente di sempre – afferma convinto il massaggiatore Lino Rabbaglietti riferendosi al Foggia del 1976-1977 -. A farla da padrone quando si parlava di scherzi era Antonio Bordon, ideatore e realizzatore di tutte le burle». Tra Rabbaglietti e Bordon c’era una vera e propria guerra. L’attaccante non perdeva occasione per tormentare Lino. «Quest’ultimo – ricorda Pirazzini -, esasperato dalla situazione, arrivò a tirargli contro una bottiglia di vetro contenente un medicinale. Certi scherzi erano davvero pesanti. Ricordo che una volta, con la complicità di tutto il gruppo, lasciammo Lino nudo in albergo. Eravamo andati a fare un bagno in piscina e Bordon decise di spogliarlo e lasciarlo a mollo nell’acqua. Fu costretto a rientrare di corsa nella hall, coprendosi alla meno peggio con le mani».

La mela-riccio

Il momento clou era durante il pranzo o la cena, quando Bordon passava diversi minuti a riempire una mela di stuzzicadenti. La infilzava lasciando uscire dalla buccia solo la parte appuntita. Andava avanti per diverso tempo fino a quando non assumeva le sembianze di un riccio. Subito dopo la conservava sotto la tavola in attesa della vittima di turno. «Appena qualcuno chiedeva una mela – dice Lino – lui prendeva quella preparata da lui e la passava all’amico lanciandola, invitando l’ignaro compagno ad agguantarlo con entrambe le mani. La presa sul frutto durava pochi istanti, il tempo di provare dolore per le decine di stuzzicadenti che ne ricoprivano la superficie».

Il tovagliolo farcito

Gli stuzzicadenti erano una vera e propri fonte d’ispirazione per l’attaccante. Li utilizzava anche sulle sedie per rendere “meno comoda” la seduta dei compagni di squadra. Il trucchetto era semplice. A svelarlo a distanza di anni è Franco Bergamaschi, uno che con Bordon ha giocato in ben tre squadre diverse (Verona, Foggia e Cesena): «Le sue preferite erano le sedie di paglia. Era davvero facile nascondere degli stuzzicadenti tra le trame intrecciate della sedia. I colori degli appuntiti bastoncini di legno si confondevano alla perfezione. Lo sfortunato di turno non riusciva neanche a sedersi, balzava in aria urlando». Altro scherzo tipico di Bordon era quello del “tovagliolo farcito”, da servire naturalmente a tavola al compagno di squadra più bersagliato dagli scherzi. «Arrivava prima degli altri al ristorante per riempire il tovagliolo del malcapitato di turno con del formaggio cremoso. Dopo averlo ben appiattito con le mani aspettava l’ingresso degli altri. Il malcapitato prendeva il fazzoletto e lo apriva per metterlo sulle gambe rovesciandosi addosso il contenuto.

La guerra del pane

Sempre a pranzo Tony amava mettersi in direzione dello spigolo del tavolo. Mentre tutti erano distratti sollevava il lembo della tovaglia, creando un canale di tessuto nel quale versava l’acqua ed in un sol colpo riusciva a bagnare tutta la fila dei compagni». A tavola Lino Rabbaglietti era il bersaglio predestinato di numerose palline di molliche di pane. Il massaggiatore, si sa, è da sempre l’obiettivo delle “attenzioni” dei calciatori. Più di una volta il pavimento dei locali dove si pranzava finiva ricoperto da molliche. «Litigavamo con i gestori dei ristoranti in qualsiasi posto andassimo – dice il tecnico Roberto Balestri -. Facevamo figure barbine. Decisi di mettere una regola: “chi tira il pane paga una multa”. Ne pagarono così tante che a fine anno organizzammo una cena con tutti i soldi raccolti».

Il pallone di pane

Una pallina di pane è fastidiosa. Una pallone di dimensioni regolamentari fatto di pane compresso, lo è ancora di più. «Un giorno eravamo a Napoli per imbarcarci verso Palermo – spiega il capitano Gianni Pirazzini -. Alcune ore dopo era in programma una delicata partita di campionato (il 16 Maggio 1976). Bordon mise assieme una palla composta da migliaia di molliche di pane. Era grande quasi quanto un pallone di calcio. Mentre passeggiavamo sul molo la scagliò contro Lino colpendolo alla testa. Una botta incredibile. Per poco non perse l’equilibrio. Solo pochi centimetri più in là c’era il mare».

Gavettoni

Di grande effetto fu un’altra variante del classico gavettone, invenzione della fantasiosa mente dell’attaccante friulano. Come nelle migliori ricette della nonna gli ingredienti erano pochi e semplici: abbondante acqua ed uno scampolo di stoffa: «Lino era intento in un massaggio ad un calciatore – racconta il terzino Paolo De Giovanni -, Antonio ne approfittò per intrufolarsi in bagno e prendere dal secchio per lavare il pavimento uno straccio impregnato d’acqua. Silenzioso come un felino arrivò alle spalle di Rabbaglietti e gli appoggiò lo straccio impregnato di acqua gelida sulla testa. Lino pronunciò una serie di irripetibili frasi». Sempre in tema di gavettoni Bordon rispolverò un vecchio classico, ma di grande effetto: il secchio d’acqua sopra la porta. Alcuni calciatori arrivavano in anticipo al campo per godersi la scena. Tra questi Mauro Colla che aspettava l’arrivo dell’impeccabile Rabbaglietti, «vestito di tutto punto con giacca e cravatta», pronto per essere bagnato dalla testa ai piedi.

Speaker-Bordon

Il porto rappresenta solo una delle tappe della goliardia Bordon. La successiva è rappresentata da un altro luogo fatto di arrivi e partenze, come ricorda Rabbaglietti: «Le stazioni ferroviarie diventavano terreno fertile per i suoi scherzi. Antonio si recava presso l’ufficio informazioni e faceva chiamare qualcuno dei suoi compagni attraverso l’altoparlante. “Il signor Ripa è desiderato urgentemente all’ufficio informazioni” recitava al microfono l’addetto. Nel frattempo lui si era già dileguato tra i viaggiatori». Bordon era anche un cultore del gavettone. «In ritiro chiamavamo Rabbaglietti ogni cinque minuti – ricorda il centrocampista Franco Bergamaschi – portandolo quasi all’esasperazione. Lo scopo era semplice: fargli un gavettone e bagnarlo dalla testa ai piedi».

Gavettoni

Ma la vittima non era solo una, in molti aprendo una bussola hanno rimediato una doccia gratis. «Con il tempo abbiamo anche imparato a conoscerlo – sorride Lino -. Verso fine stagione nessuno attraversava l’uscio senza prima aver dato uno sguardo attento alla parte superiore della porta». Che l’acqua piova da un secchio o direttamente del cielo poco importava al buon Bordon. L’attaccante aspettava la pioggia per far ammattire il giardiniere dello Zaccheria. «Entrava in campo e cominciava a scavare come un cane – sorride Bergamaschi -. Grattava l’erba con la punta del piede facendo delle piccole buche o delle “x”. Ricordo che il giardiniere dello Zaccheria impazziva per riempire le buche lasciate da Antonio».

Duecento asciugacapelli

Ma nello spogliatoio rossonero degli anni settanta riecheggiavano anche le risate dei protagonisti di un’altra storia divertente. Un giorno aveva piovuto molto allo Zaccheria. Il terreno era zuppo d’acqua all’inverosimile. I calciatori entrarono in campo per l’allenamento e si resero subito conto della situazione. Con il terreno impraticabile partì lo scherzo. «Chiamammo un inserviente dello stadio – sorride Bergamaschi – e gli dicemmo: “Vai dal presidente e digli di ordinare duecento asciugacapelli perché dobbiamo asciugare il campo”. Lo scherzo riuscì alla perfezione. Il malcapitato partì dirigendosi in società. Ridevamo a crepapelle».

Petardi

Lo stesso Bordon ricorda altri due episodi che hanno visto protagonista il massaggiatore rossonero. Il gruppo, chiuso nello spogliatoio prima di un allenamento, aspettava con impazienza l’arrivo di Lino. «Riscaldavamo con l’accendino la maniglia della porta – ricorda Bordon -. Poi aspettavamo il suo arrivo. Lui giungeva al campo sorridente ma appena metteva la mano sulla maniglia saltava in aria per il dolore». Ma non finisce qui. I veri protagonisti di quello spogliatoio, quasi alla stregua dei gavettoni, furono i petardi da accendere e far scoppiare tra le gambe di Lino. «Agivamo in gruppo – continua Bordon -. Alcuni lo abbracciavano e gli facevano complimenti per distrarlo. Altri invece gli mettevano a poca distanza una “botticella”. Dopo pochi secondi, mentre continuava tranquillamente a massaggiare, si udiva un fragoroso botto, Rabbaglietti saltava in aria per lo spavento ed accorreva spaventato il tecnico Balestri. Noi rispondevamo con aria da finti innocenti: “mister ci vogliono far fuori il massaggiatore”».

Bordon il fondamentale

Chi immagina un Bordon sfrenato solo nel corso della settimana non ha ancora ben compreso la goliardia del personaggio. I suoi scherzi erano continui. Una presenza costante nello spogliatoio anche nei momenti più delicati e ricchi di tensione. Proprio per questo, probabilmente, la sua presenza nello spogliatoio risultò fondamentale: non c’è niente di meglio di un sorriso per scrollarsi di dosso la paura. «Aveva l’incoscienza di un bambino – sorride Aldo Nicoli, ex calciatore del Foggia -. Riusciva a trovare il tempo per uno scherzo anche qualche minuto prima dell’inizio di una partita. Era questa la sua forza. Non aver paura di niente, sdrammatizzare ogni tipo di situazione. Riusciva a calciare un rigore decisivo senza tradire la minima preoccupazione».

Ce ne fossero oggi…

Dopo aver passato in rassegna i ricordi di molti protagonisti di quello spogliatoio, proprio Antonio Bordon, autore delle birbonate sopra descritte, si cosparge il capo di cenere e compie una sorta di mea culpa: «Eravamo troppo cattivi con Rabbaglietti, non se le meritava tutte quelle cose». Un’inattesa “assoluzione” Bordon la ricevette da Balestri, abile ad analizzare il cuore degli scherzi, ancor prima della loro struttura esterna. «Queste sono cose che da sempre sono parte del calcio – dice il tecnico -. Al giorno d’oggi non è più così semplice vederle. Oggi i calciatori ridono di meno, non c’è la stessa spensieratezza ed è un male».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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