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Gli spogliatoi di quegli anni, al contrario di quanto avviene oggi, erano paragonabili (in modo del tutto profano) ad un luogo sacro. I più giovani, prima di entrarvi, bussavano alla porta. Uno dei più giovani del gruppo del 1977-1978 era Maurizio Iorio. «Un ragazzo umile – ricorda il massaggiatore Lino Rabbaglietti – . Arrivò giovanissimo al Foggia dopo l’esperienza al Vigevano. Era assieme a Genzano (nativo di Foggia) il più piccolo del gruppo. Durante i ritiri i più grandi gli commissionavano frequentemente piccoli servizi, comprare il giornale all’edicola e via dicendo…». Se da un lato i giovani nutrivano sano rispetto verso i calciatori più anziani, dall’altro i senatori del gruppo accudivano i più giovani come fratelli minori, fornendo utili consigli per la loro crescita professionale.

Il ricordo di Gianni Pirazzini non si discosta da quello del massaggiatore. «Posso dire che quasi adottai (calcisticamente parlando) Maurizio, cercando di mettergli a disposizione la mia esperienza. Oggi, quando ci vediamo, non manchiamo di ricordare quei momenti. Poteva capitare che alcune volte gli chiedessi dei favori, ma lui è stato sempre educato e disponibile». Eppure il capitano non fu l’unico a cui Iorio si legò in modo particolare. «Ci tengo a sottolinearlo, devo moltissimo anche al dirigente Ciccio Masselli – dice Iorio -. All’epoca lui dava molta attenzione a noi giovani, cercava di aiutarci in tutti i modi, anche economici. Devo tutto a lui». Il campionato scorreva lento e Iorio continuava ad apprendere da aspirante calciatore ai margini della prima squadra. Un giorno, però, l’attaccante titolare Tony Bordon si infortunò. Tamalio era uno dei candidati alla sua sostituzione, ma non sembrava essere tra i favoriti di Puricelli. Ripa era un’ala e mal si adattava al ruolo di attaccante al centro del reparto offensivo.

Ettorazzo decise di far esordire il “ragazzino” Iorio. «Il mister mi disse che avrei giocato solo qualche giorno prima, credo il venerdì. Mi disse: “Stai tranquillo, sei il più forte di tutti. Preparati”». La storia del ragazzino giunto da Vigevano divenne una vera e propria favola. Ma senza mai montarsi la testa. «Quando passai in prima squadra – prosegue l’attaccante – decisi di alloggiare sempre con i miei amici delle giovanili. Prendevo il pullman dall’albergo, posizionato fuori Foggia, arrivavo presso la Villa Comunale e proseguivo a piedi per il campo. Lì nacque uno strano rito, che con il passare del tempo e dei gol divenne un vero e proprio portafortuna. Attraversavo strade del centro in direzione dello stadio e tutte le case erano a livello del marciapiede. Erano tutti dei pianterreni. Alcune famiglie mi offrivano da mangiare prima dell’allenamento. Anche un semplice piatto di pastasciutta. Mi trattavano come un figlio. Questo è un episodio che mi è rimasto nel cuore».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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