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Il Foggia del 1977-1978 era una grande squadra. In organico c’erano diversi calciatori degni di menzione. «Uno di questi era Carmine Gentile chiamato da tutti “il mandingo” – sottolinea il massaggiatore Lino Rabbaglietti -. Era un armadio, una vera e propria bestia dal punto di vista fisico. Poi c’era Sandro Salvioni. E come dimenticare Memo e Benevelli, due portieri tra i quali correva una fortissima ma leale rivalità sportiva». In quel Foggia giocava anche il mediano Bernardino Fabbian, che tra i rossoneri rimase l’eterna promessa. Giunse a Foggia dall’Inter dopo aver esordito giovanissimo con la maglia nerazzurra in una partita di campionato a Verona (vittoria 1-2). Sotto la breve gestione di Heriberto Herrera giocò da titolare le prime partite del campionato 1970-1971, per poi riaccomodarsi in panchina sotto la guida di Invernizzi. Il 20 ottobre 1971, a 21 anni compiuti, giocò titolare in coppa campioni al Bökelbergstadion. In campo Borussia Mönchengladbach ed Inter. Gli toccò la marcatura di Günter Netzer, uno dei protagonisti del mondiale che successivamente avrebbe vinto la Germania nella celeberrima finale contro l’Olanda del ’74.

La partita fu una vera e propria disfatta, sette a uno per i tedeschi il risultato finale. Agli annali, però, l’Inter è stata consegnata come la squadra che superò il turno. La partita, dentro e fuori dal campo, si chiuse solo il 1 dicembre 1971, per un totale di 270 minuti giocati (tre match), con ricorsi, sentenze e aggiustamenti vari. Il tutto a causa di una lattina lanciata dagli spalti sulla testa del malcapitato Boninsegna. La carriera del biondo Fabbian si concluse precocemente all’età di 28 anni, dopo quattro stagioni con la maglia del Foggia intervallate da una breve parentesi a Novara.

«Le sue partite non andavano mai oltre il 5,5 come media voto – ricorda Rabbaglietti -. “Bernardino Fabbian, sei un ragazzo che te farai! Ma non te fai mai?”, gli chiedeva con ironia Puricelli durante gli allenamenti settimanali». Uno dei personaggi più forti caratterialmente in quella stagione fu Nevio Scala. Arrivò a Foggia dopo una carriera già ben delineata con alle spalle presenze nell’Inter e nel Milan. «Aver giocato in alcune delle più grandi squadre di calcio italiane, che avevano creato in lui una struttura mentale che mal si adeguava alle esigenze del “vecchio” Puricelli.

Quando allo Zaccheria era ancora in piedi la vecchia tribuna il tecnico chiamava a raccolta la squadra davanti all’entrata degli spogliatoi. Proprio in quella zona c’era un muretto contro il quale i calciatori erano spesso chiamati a far rimbalzare il pallone. Anche per decine di minuti. Scala, che ormai andava per i trent’anni, si rifiutò di sostenere quell’allenamento tipico delle scuole calcio. “Ti rifiuti proprio tu che hai i piedi di piombo?”, tuonò senza la minima deferenza per la sua carriera il tecnico Puricelli». Una frase che chiuse ogni Bernardino diatriba e costrinse Scala a sostenere come tutti quanti gli altri la sua buona razione di muretto.

«Far rimbalzare il pallone contro il muro – racconta il capitano Pirazzini -, poteva essere considerato uno smacco per un calciatore dal glorioso passato. In fondo Scala non aveva certo bisogno di allenarsi a colpire il pallone. Ma non bisogna lasciarsi fuorviare dall’aneddoto. Puricelli aveva una smisurata considerazione per Scala. Lo aveva allenato anche a Vicenza ed i due erano in perfetta sintonia».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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