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Chiusa la carriera di sportivo, il bomber Vittorio Cosimo Nocera non dismise i colori rossoneri. Anzi, per anni è rimasto nell’orbita-Foggia in qualità di allenatore in seconda. Un emblema autorevole della prima promozione in Serie A ma anche una figura fondamentale nello spogliatoio. Alla sua inventiva, infatti, era affidata buona parte degli scherzi all’interno del gruppo. Lo scherzo più bello (e più volte replicato nel corso degli anni) fu quello del finto funerale. Nocera partiva per i ritiri con una borsa molto particolare, che conteneva quattro ceri enormi, un paio di scarpe nuove, ovatta, borotalco ed uno straccio. Perché? Lo scopriremo presto. Giunti in albergo cominciava la preparazione dello scherzo.

«La prima fase, fondamentale, iniziava nel tardo pomeriggio – sorride il massaggiatore Lino Rabbaglietti -. Attraverso il passaparola riusciva a spargere la voce di un presunto malore subito da un cliente della struttura presso la la quale alloggiava anche il Foggia. Dopo qualche minuto la dose veniva rincarata: “Sta proprio male, hanno chiamato anche il parroco” ». Con questo magone addosso la squadra si preparava alla cena. A metà della stessa, un complice del bomber entrava in sala ristorante e con aria grave diceva: «“E’morto…”. Nel silenzio più totale, come richiede un simile evento, il gruppo si fermava nella hall dell’albergo per guardare collettivamente la televisione. Mentre i programmi distraevano i calciatori, Nocera ed il magazziniere Luigi Bruno si intrufolavano nella stanza di qualche calciatore e cominciava il lungo rito della vestizione. Tirava fuori l’abito della festa, si cospargeva il viso di borotalco e avvolgeva il capo con un fazzoletto posizionando dell’ovatta per bloccare la testa alla base del collo. Indossate le scarpe nuove si stendeva sul letto del malcapitato di turno mentre Nocera accendeva i ceri e spegneva la luce.

Alle 22,30 il tecnico ordinava il coprifuoco ai calciatori. Passavano in silenzio davanti alla stanza del presunto decesso per dirigersi verso la stanza di competenza. Dietro la ringhiera delle scale io e Nocera attendevamo il rientro in stanza della vittima dello scherzo. Non doveva essere divertente trovarsi il cadavere a pochi metri da te in una stanza buia illuminata da dei ceri. L’urlo di terrore era la reazione minima per chi subiva lo scherzo del bomber. Nicoli, Lodetti e Fumagalli caddero nel corso degli anni nella trappola. Quest’ultimo era il bersaglio preferito di Nocera che un giorno riuscì anche a farlo svenire per lo spavento. Il giochetto era semplice. Si nascose dentro ad un armadio per poi venire fuori con le braccia protese verso l’alto emettendo un verso molto vicino a quello dell’orso. Il terzino cadde a terra come uno straccio. Ci volle un po’ per farlo rinvenire». Balzare fuori dall’armadio era un classico scherzo del bomber di Secondigliano.

Qualche anno prima, a fine anni sessanta, rimediò addirittura un taglio sul sopracciglio. «Si nascose in un armadio – ricorda il capitano Gianni Pirazzini – ma sbagliò i tempi. Proprio in quel momento Maestrelli stava terminando il giro delle camere. Per la fretta di uscire dal mobile colpì con la testa l’anta di legno della porta». Gli aneddoti su Nocera non si esauriscono al capitolo scherzi. Chi ne conserva tuttora un indelebile ricordo nel suo cuore è l’ex portiere Maurizio Memo. Il calcio degli anni settanta non prevedeva figure come quella del preparatore dei portieri. Capitava, quindi, che il tecnico in seconda si soffermasse con i numeri uno per allenarli con tiri in porta e cross sui quali uscire: «Era un classico – ricorda Memo -. A fine allenamento mi posizionavo sulla linea di porta mentre Vittorio si aggiustava la sfera sulla linea dell’area di rigore. Cominciava a tirare verso la porta per tenermi in allenamento».

Nel breve volgere di pochi minuti la seduta diventava una sfida. Chi vinceva pagava da bere all’altro. «Il bello è che ad ogni mio gol Memo si arrabbiava – sorride il bomber Nocera -. Io con pazienza gli spiegavo che il mio ruolo era quello di impegnarlo al massimo e senza attendere gli spedivo la palla sotto la traversa». Alla contesa si aggiungevano al termine dell’allenamento anche Delneri ed altri calciatori che a loro volta sfidavano il bomber di Secondigliano. Al termine della seduta lo sconfitto scortava i compagni al bar che c’era di fronte alla tribuna. «In premio al vincitore andavano birre o aranciate da dividere con gli amici – continua Memo -. Vedete, queste sono le cose che spiegano come mai quella squadra riuscisse a fare sempre buoni risultati. Era l’armonia del gruppo l’arma decisiva».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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