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Quelli più forti sono due. In coppia viaggiano nell’anonimato di una corsa automobilistica. Sono primi e secondi ma nessuno se ne cura. Oscurati. Dispersi nell’oblio di una battaglia lontana milioni di anni luce dalla loro danza sulle punte. La divisione è chiara, netta. Da una parte ci sono quelli che vanno sui binari, secondo rette parallele che non si incontreranno mai (senza sorpassarsi mai), dall’altra un ghirigoro di linee incrociate dal sapore antico, tra gocce di pioggia di scintille e odore di pneumatico bruciato, ruotata dopo ruotata. Si lotta solo per il terzo posto ma si lotta, senza risparmiarsi, cercando di superarsi, con il pilota che riesce a valere più della macchina radiocomandata dal box.

Millenovecentonovantatre o duemiladiciannove. Fate voi, non ci sono problemi. La storia andrebbe bene per entrambe le annate. Il trenino in fuga nelle prime due posizioni può essere quello di Prost e Hill sulle Williams o quello formato da Hamilton e Bottas sulle Mercedes. Non conta. Gli occhi sono per altri, perché la storia può farla chi vince ma anche, e soprattutto, chi emoziona. Anche se non vince.

Capitava a Senna, con una macchina infinitamente inferiore rispetto alle altre, una Mclaren motorizzata con la seconda linea dei motori Ford, portata oltre le sue possibilità con un compagno di squadra non in grado di resistergli con lo stesso mezzo. Capita a Charles Leclerc che con un Vettel (stile Andretti) che arranca, le suona a colpi di pneumatico ai malcapitati vicini di pista.

Sia chiaro. Leclerc non è Senna (forse non lo sarà mai), ma promette di emozionare come faceva lui, favorito da un deserto di emozioni grande quanto il Sahara in cui si era infilato da anni la Formula uno. E in più, quando dopo il sorpasso di Verstappen (in frenata in fondo al rettilineo) è balzato nuovamente avanti all’olandese con una forte staccata, ha ricalcato, pari pari, l’immagine di Senna che chiude più volte la porta a Prost sullo steso circuito, nello stesso punto, qualche anno fa.

Domenica scorsa a Silverstone si è tornati ad avere la sensazione di guardare una corsa automobilistica e non una gara sulla pista della “Polistil”. Plasticata. Charles ha la fame di chi vuole emergere. Chi ha la “pancia piena” di vittorie e di fama non si butta come il monegasco nello spazio che non c’è per superare Gasly oppure non si inventa sorpassi al tornantino prima dei box a Monaco, dove non sono non c’è spazio ma non è fisicamente possibile.

Non solo Senna ma anche Villeneuve. La corsa appaiati ruota a ruota con Verstappen ha ricordato quella tra Gilles e Arnoux. Anche lì non si lottava per vincere, ma per il podio. Emozioni finalmente. Inventiva finalmente. I paragoni, forse irriverenti, servono a far capire che la Fomula uno deve diventare uno sport umano, con storie raccontabili e con personaggi in grado di far identificare il tifoso in un sentimento e non nei circuiti elettronici di un robot.