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La riunione dei pionieri alla luce di un lampione a gas nel racconto, un po’ romanzato, di Domenico Carella per il centenario del Foggia Calcio

Foggia, 12 maggio 1920. La luce fioca di un lampione a gas è un timido bagliore in una strada avvolta nel buio. Un uomo, stretto in una giacca, con il volto schermato da un cappello a falde larghe, si aggira solitario in via Galliani, calpestando quel cono di luce riflesso sul terreno. E’ lì, quasi al confine tra il pieno centro cittadino, caratterizzato dalla maestosa piazza Cavour e la periferia della città che si estende verso via del Mare.

NORD – Attende, quell’uomo. E nell’attesa lo sguardo si perde davanti a lui, verso Nord, nel verde della villa, con le sue fontane e gli alberi rigogliosi. La trova curiosamente inanimata, diversa rispetto al giorno o alla domenica mattina, quando le famiglie e i bambini la prendevano gioiosamente d’assalto. Lo scuote un soffio di vento fresco. L’ennesimo. Quell’uomo avrà pure pensato… “ma chi me lo fa fare di piazzarmi qui dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro?” Una domanda retorica. Conosceva molto bene la risposta. Il calcio! Si interroga: perché tutte le più importanti città di Italia hanno una squadra e Foggia no? Sembra un’ingiustizia, di quelle per le quali, pur di porvi rimedio, valeva la pena qualche minuto di solitudine nella città deserta.

Una veduta dei Giardini Pubblici di inizio secolo

EST – Lo sguardo del pioniere adesso si volge verso est, dove c’è un prato verde adiacente il Centro di Incremento Ippico, sul quale nel buio della notte si ergono i quattro pali delle porte di un campo di calcio. Non ci sono le traverse ma dei canapi a collegare i due montanti. Quel prato viene chiamato da tutti “Pila e croce”. Sulla faccia di quell’uomo si disegna un sorriso dolce. Pensa con soddisfazione alla passione dei foggiani, che avrebbero fatto di tutto pur di inseguire la gioia di un pallone che rotola. Anche inventarsi una porta con le corde. Non c’è il minimo dubbio che i tempi siano maturi. Già, perché non c’è bisogno di svegliare la passione della città, che tirava calci al pallone almeno dal 1909 (la prima testimonianza fotografica porta quella data).

La città si fronteggiava su un campo improvvisato in periferia, presso il vecchio Orto Botanico (nella zona del tiro a segno), in un torneo di calcio tra le rappresentative dei vari quartieri. Su quel campo giocava anche la Daunia Football, che raggruppava un manipolo di appassionati residenti in uno spicchio di Foggia. Baffi, capelli ordinati e pettinati con la riga, maglietta bianconera a strisce sul petto. Erano… i pionieri dei pionieri. Poi, pochi anni dopo nacquero le prime società sportive. C’era l’U.S. Sardegna, nel quale iniziò a giocare Giuseppe Comei, un foggiano rientrato dalla Toscana dopo aver mosso i primi calci nelle fila della Fiorentina. Il primo vero calciatore dal tocco sopraffino della nostra città.

Chi lo aveva visto giocare, come l’illustre giornalista Gustavo Cammeo, lo definiva così: “Velocità da leprotto, dribbling stile sudamericano, tiro potente e fulmineo”. L’altro sodalizio sportivo della città era l’US Calciatori (in alcune fonti riportato come Sporting Club), nel quale confluirono i fratelli Tiberini, al rientro nella loro città dopo alcuni anni a Milano. Proprio il loro arrivo mise fine alla rivalità e diede impulso alla fusione dei due club sotto il nome di U.S. Atleta. Una squadra nella quale trovò posto anche la famiglia Sarti con i suoi cinque fratelli, riminesi di nascita ma foggiani di adozione.

Tra questi, Renato (detto anche Sarti III) aveva la nomea di para-tutto. Gestiva il ristorante della stazione ed era quasi un’attrazione: gli avventori gli lanciavano le arance e lui le parava con l’agilità di un gatto. Ovviamente era un portiere degno della Nazionale, che sfiorò poi nel 1927-1928. Con lui in quella squadra giocavano anche i fratelli Sandrino e Giovanni. Non donare le loro qualità alla città sarebbe stato uno spreco imperdonabile, rimugina quell’uomo in via Galliani.

La Daunia Football 1909

OVEST – L’attesa sotto quel lampione intanto si protrae. L’uomo solitario, insofferente, gira nuovamente lo sguardo. Adesso punta verso Ovest. Scruta un pianterreno fatiscente posto accanto al pronao della Villa, con la facciata rivolta verso il vecchio convitto liceale (poi Tribunale e oggi Università). Un caseggiato che in futuro avrebbe lasciato spazio al Palazzetto dell’Arte. Fungeva da palestra e spogliatoi per i calciatori dell’Atleta.

Il pioniere sotto al lampione si lascia sfuggire un altro sorriso. Rivive con affetto il momento in cui, prima di una partita, la squadra di casa usciva da quello spogliatoio e di corsetta raggiungeva il campo “Pila e Croce”, costeggiando i giardini pubblici per almeno duecento metri. E lo faceva con qualsiasi tempo, dal sole cocente del Tavoliere, allo sferzante vento dell’inverno. Scene e riti pre-partita interrotti dalla brutalità della Prima Guerra Mondiale e timidamente ripresi nel 1919, cioè un anno prima di quella notte passata alla luce di un lampione a gas.

Il pioniere adesso volge lo sguardo al cielo, in cerca di ricordi. Pensa alle tante difficoltà superate negli ultimi tempi. Tra tutte quelle dell’U.S. Atleta, che nei piani di tanti avrebbe dovuto identificare la città nel calcio italiano, ma che inopinatamente si spaccò in due correnti. Una parte degli iscritti mantenne la denominazione sociale e si dedicò completamente a pugilato ed atletica, l’altra pensò di buttarsi sul calcio, creando una nuova compagine: il “Maciste”. Al contempo un altro gruppo costituì la “Pro Foggia”.

L’uomo sotto al lampione abbassa lo sguardo e si carezza il mento, pensieroso. Nel suo cuore sa bene che nessuna delle due squadre riesce ad identificare la città come lui vorrebbe (e come vorrebbero i foggiani). Dividersi non aiutava il progetto che aveva in mente e che spiegava agli amici, di tanto in tanto, sotto a un lampione a gas. Proprio come quella sera. Bisognava unirsi. Darsi un’identità. Far identificare la città in una squadra.

Il campo “Pila e Croce”

SUD – All’improvviso un rumore. Delle voci. L’uomo si volta e scruta la zona alle sue spalle, verso Sud. Ecco, sbucano come lupi dal buio. Uno, due, tre, arrivano altri uomini e si stringono attorno a quel lampione. Sono gli altri pionieri innamorati del calcio e di Foggia. Qualcuno ha chiuso da poco il suo negozio, altri hanno lasciato la famiglia, altri ancora vengono dai campi.

Ognuno si è sacrificato per non mancare all’inconsapevole appuntamento con la storia. Si salutano e inizia la riunione. Parlano a lungo, fino a dimenticare l’orologio e lo scorrere del tempo. Tirano dritto fino all’alba. Immaginano una squadra in grado di diventare l’orgoglio della città, in grado di lottare con quelle compagini che fino ad allora avevano solo letto sui giornali. Visionari. O forse profeti.

Quel giorno di Maggio del 1920 quegli stessi uomini si stringono la mano. Io immagino si siano detti questo:
“Ci chiameremo Sporting Club Foggia!”
“E la sede? Non potremo certo organizzarci per tutta la vita in una piazza, alla luce di un lampione” .
“La sede sarà un locale in via Scillitani di proprietà del Comune”.
“E dove giocheremo? Non possiamo certo ospitare i grandi club sul vecchio Pila e Croce”
“Acquisteremo un terreno e ci costruiremo su un campo sportivo. Ho già visto un buon pezzo di terra a borgo serpente, all’inizio di Via Ascoli”

“E i colori?”.
“Rosso e nero, sulla scia dell’U.S.Atleta, che aveva ripreso i colori del Milan”.
“Ecco, perfetto, così se loro sono i diavoli del Nord noi saremo diavoli del Sud”
Una risata e un cenno di intesa.
Sotto a quel lampione venne eletto presidente Carlo Gigliotti (in alcune fonti Carlo Giglietto) Colonnello dell’Esercito. Le mani si unirono al caldo bagliore di quel cono di luce. In quel momento nacque la storia. Una storia lunga 100 anni.

Foggia Calcio 100 Centenario
Peppino Comei in una formazione del primissimo Foggia
Renato Sarti (III)